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Articolo di Valentina volontaria in servizio civile in Kenya.

Lasciò vagare la mente mentre fissava la città, metà slum, metà paradiso. Come poteva essere un posto così squallido e violento, e al tempo stesso cosi meraviglioso?

Questa frase sintetizza il posto in cui vivo da mesi e in cui sto svolgendo il mio anno di servizio civile. Non tutti conoscono lo slum di Soweto in Kenya e, ad essere sincera, prima di conoscere L’Africa Chiama nemmeno io conoscevo questa baraccopoli. Sembra strano ma oggi sono qui e ci lavoro.

Oggi giorno è sempre più comune e diffuso il termine “slum” ma da dove nasce questa parola? In letteratura la definizione di slum risale al 1812 e compare nel testo di James Hardy Vaux come sinonimo di traffico criminale. Nella prima metà dell’800 lo slum diviene il posto in cui i poveri vivevano ai tempi del colera. Tuttavia tali classiche definizioni vengono ribaltate in occasione del convegno ONU tenutosi a Nairobi nel 2002. Per la prima volta si associa al termine slum una definizione operativa  che lo definisce come “luogo caratterizzato da sovraffollamento, strutture abitative scadenti o informali, accesso inadeguato all’acqua sicura e ai servizi igienici, scarsa sicurezza di possesso”

A primo impatto Soweto è cosi, poco spazio, tante persone, tante baracche fatte di lamiere, teloni di plastica, legno e cartone. Nasce su una collinetta e al suo ingresso ci sono tanti rifiuti ardenti. Ci sono sentieri, c’è tanta terra rossa e tanti animali che gironzolano come passanti per le viuzze dello slum. Qualche volta c’è qualcuno che ti grida muzungu termine con il quale loro intendono chiamare il diverso, il bianco.

Qualche volta c’è qualcuno che ti dice che sei bella e qualche volta c’è qualche situazione da evitare. Ma ai miei occhi Soweto è qualcosa di più. Quando mi inoltro nello slum capita di guardarmi i piedi e mi dico: “Quanto è bello questo posto!”. Oggi rientravo da una home visit nella baraccopoli e mi sentivo piena. Lo slum, la baraccopoli o il termine che più ci piace usare, è per me un insieme di persone che mi stanno dando tanto affetto. È veramente entusiasmante girare tra le strade di Soweto e salutare chiunque passi, vedere i bambini che giocano in strada che ti corrono incontro perché la maggior parte di loro viene in asilo nel centro Shalom in cui lavoro.  È rincuorante vedere le persone del posto che ti salutano sorridenti, che ti fissano ma che allo stesso tempo ti fanno sentire a casa.

A Soweto ci sono tante difficoltà socio-economiche ma a Soweto, nonostante lo spazio della baracca sia veramente insufficiente per tante persone, c’è sempre un posto per me. C’è sempre una sedia per me, una tazza di porridge per me. Ricordo ancora quel compleanno, era aprile. La maestra del nostro asilo festeggiava il compleanno di suo figlio.  Nella sua minuscola casa aveva ricreato un piccolo spazio per tutti per festeggiare e gioire il compleanno del suo bambino. Eravamo stretti, faceva caldo, le lamiere attiravano il sole, non c’erano finestre, non c’era aria ma c’erano sorrisi, c’erano canti, c’erano balli e c’era condivisione e ospitalità. Anche se in passato lo slum era sinonimo di traffico criminale ad oggi Soweto mi mostra una cultura colorata con tante debolezze e contraddizioni unite a tanti valori. È strano ma energetico vedere la forza delle donne attraverso gesti quotidiani come andare a prendere l’acqua perché in baracca non si ha l’acqua corrente, vedere le donne per strada davanti casa lavare a mano coperte e vestiti, vedere le donne cucinare a terra con il fuoco per portare avanti il loro business, vedere i bambini che si divertono e giocano con cose semplici, come le pietre ed il fango.

La loro semplicità li rende unici ed è forse questo che mi fa dire oggi a me lascio vagare la mente mentre fisso la città, metà slum, metà paradiso. Come può essere un posto così squallido e violento, ma allo stesso tempo cosi meraviglioso?

 Valentina Cerbone, volontaria in servizio civile in Kenya

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