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Articolo di Luca, volontario in Servizio Civile Universale Italia

Nell’ultimo mese di Servizio Civile a L’Africa Chiama, impegnato nell’organizzazione della manifestazione Con l’Africa nel Cuore e la Lotteria Solidale - appuntamento annuale che in questa edizione aveva lo scopo di raccogliere fondi per i lavori di completamento del centro di maternità “Shalom”, realizzato nella periferia di Lusaka, in Zambia - mi sono spesso chiesto se sia autenticamente possibile, attraverso parole opportune, produrre nella coscienza delle persone il desiderio di fare un dono.

Negli ultimi anni l’uso dei social network ha rimesso in discussione il verbo “comunicare”.

La parola “comunicazione” sta abbracciando nuove modalità espressive e non sembra essere stata risparmiata dalla “crisi ecologica” che sta attraversando anche il linguaggio, sistema complesso e dinamico alla stregua della realtà che costantemente inseguiamo.

Quotidianamente abituati a scorrere decine di fotografie, di post, di articoli, di video, di commenti, di like, è difficile immaginare di dare importanza ad un autentico spazio di riflessione per confrontarsi con i contenuti da condividere, per pensare a cosa dire e a come dirlo. Che poi un modo del tutto giusto o sbagliato di dire qualcosa forse non c’è, visto che le parole tradiscono sempre un po' le nostre intenzioni; piuttosto potrebbe esserci un modo più opportuno. Per questo credo che l’aspetto cruciale, oggi, sia prenderci la responsabilità di ciò che diciamo.

Mi immagino che sia esperienza comune quella di incontrare modalità di comunicazione della sofferenza che eccitano la sensorialità e per questo ci inquietano. Voci profonde e pungenti, immagini di bambini denutriti, in fin di vita, inconsapevolmente esposti allo sguardo fugace di chi si trova per caso a guardare un video su youtube.

In questa cornice, che senso prende il dono che facciamo?

La relazione con la sofferenza è sempre complessa. La sofferenza che vediamo fuori si mette a risuonare con qualcosa che abita dentro di noi e che spesso non sappiamo neppure da dove venga.

Il flusso magmatico di sentimenti che dall’impotenza passa attraverso la paura, la colpa, l’imbarazzo e poi per la tristezza fino ad un’amara tenerezza, può essere perfino congelato dal vaccino dell’indifferenza. Fare leva su questa dimensione della nostra esperienza (sensoriale) è certamente efficace, ci colpisce emotivamente, ma non sono sicuro che possa essere un sentiero aperto. È esperienza comune che quando un’emozione è soverchiante, siamo portati a proteggerci o a fare qualcosa per liberarcene. Possiamo pensare ad una donazione come ad un gesto liberatorio? Quale senso assumerebbe dunque la solidarietà?

Scrivendo mi tornano in mente le parole con cui a L’Africa Chiama hanno introdotto a noi civilisti la questione della comunicazione: “non pubblicare foto di bambini sofferenti con le mosche negli occhi è innanzitutto una questione di rispetto”. Rispetto come sentimento rivolto all’esistenza, alla dignità del suo slancio vitale e al riconoscimento del loro intrinseco valore. Dolore e sofferenza, ineliminabili esperienze umane, non possono essere neglette o taciute, ma dobbiamo impegnarci a comunicarle in una cornice che rispetti chi le prova.

Che carattere avrebbe un mondo solidale forgiato dal sensazionalismo?

Credo che sia utile tenere aperti in noi questi interrogativi, senza correre per dare una risposta.

Luca Regini, volontario in Servizio Civile Universale in Italia

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